Esistono persone il cui modo di percepire la vita è estremamente legato alla natura, che hanno bisogno più di altre di viverla, di sentirla intorno. Alcune compiono scelte al limite della resistenza umana, e in totale solitudine si allontanano il più possibile dalla civiltà contemporanea. Che questo rappresenti il sintomo di un disagio o una decisione saggia, è difficile da capire. Da una parte tutti abbiamo ben presente cosa comporti vivere secondo le regole e le esigenze di una società occidentale. Spazi ristretti, auto, obblighi lavorativi, pressioni rispetto a obiettivi di vita considerati essenziali e fondamentali per l’esistenza. Chi non ha mai avuto anche solo per un attimo il desiderio di fuggire da tutto? Sottrarsi a un progetto disegnato ancora prima della propria nascita e decidere per se stessi in libertà.

L’istinto verso la natura

La storia degli esseri umani è iniziata a stretto contatto con la natura: era colei che nutriva, che proteggeva e che insegnava. La crescita esponenziale della popolazione mondiale e la conseguente occupazione del suolo hanno tolto spazio al paesaggio originario per renderlo abitabile. Una volta occupato più territorio possibile, l’Uomo ha scoperto la possibilità di svilupparsi verso l’alto. E così, nel giro di pochissimo tempo si è ritrovato chiuso in appartamenti di dimensioni sempre più ridotte. Gli esseri umani hanno sperimentato la difficoltà dell’individualismo pur vivendo a stretto contatto con numerose persone. Sono comparsi disturbi come l’ansia e la depressione, a significare insoddisfazione o senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative della società. Società che, come abbiamo accennato, richiede grande capacità di assecondare uno stile di vita già preconfezionato prima della nostra esistenza. Quindi, perché chiamare disagio la scelta di ascoltare quell’istinto, senz’altro ancora vivo nel nostro DNA, di ritrovare il legame con la natura?

Le grotte di Chiafura, la natura abitata

Fino a una settantina di anni fa, esisteva un intero quartiere scavato nella roccia. Il suo nome è Chiafura, si trova nel comune di Scicli, in provincia di Ragusa. Alcune delle grotte di Chiafura appartengono al neolitico. La gran parte di quelle presenti oggi, invece, è stata scavata dopo la caduta dell’impero romano da coloro che volevano rifugiarsi. Il quartiere è stato abitato fino agli anni ’50 del secolo scorso, quando è stato sfollato in seguito alla caduta di un masso. Esistevano grotte più piccole, più grandi, grotte, e cosiddette a condominio, che erano costruite su più piani.

Com’era la vita a Chiafura?

A Chiafura viveva la gente povera, è vero, ma come ricordano alcune testimonianze, era una vita felice. Una vita di valori e di orgoglio. Poveri sì, ma non sfruttati. Mancavano i servizi essenziali, come l’elettricità, l’acqua o i servizi igienici, ma le persone si organizzavano lo stesso. Andavano giù alla cava di San Bartolomeo a prendere l’acqua, andavano a fare i bisogni vicino all’orto, unendo, come ricorda un signore vissuto lì per anni, l’utile al dilettevole. Esisteva un forte senso di appartenenza a una comunità, lo stato economico delle persone univa e creava solidarietà. Era un valore, non una disgrazia. Per tante persone fu difficile adattarsi a una nuova realtà, quella dell’appartamento. Ci fu addirittura chi, vedendosi assegnare un appartamento con più stanze, fece notare che una fosse più che sufficiente. Insomma, come spesso capita di constatare, la vita in città è ricca in denaro e beni materiali, ma povera in valori. Quindi qual è lo stile di vita migliore?

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