Gli antichi Egizi furono maestri nell’arte delle tinture tessili, tant’è che crearono un vero e proprio manuale, chiamato papiro Holmiensis o codice di Stoccolma. Il manuale, scoperto per caso nel 1828, nelle vicinanze di Tebe, risale al III secolo a.C. Rimasto praticamente ignorato per anni, nel XIX secolo venne donato alla Regia Accademia di Stoccolma, da cui prese il nome. Si può considerare un primo manuale di chimica, su cui sono riportate, tra le altre, ricette di mordenzatura e di tintura dei tessuti. Tradotto poi nel 1906 dal filologo Otto Largercranz, il quale portò alla luce ben 70 ricette di tinture tessili e tecniche di ottenimento dei colori.

Il culto del colore

Nell’antico Egitto al colore, tradotto con la parola iwen, che significa anche carattere, natura, era associato a un vero e proprio culto. Infatti, si riteneva che i colori appartenenti a ogni cosa ne definissero anche l’essenza. Attraverso la pittura, gli Egizi assegnavano uno specifico pigmento a ogni soggetto riprodotto, questo aveva la funzione di comunicarne il significato desiderato.

Ad esempio, Osiride era raffigurato con la pelle verde, a indicare il suo influsso sulla vegetazione e sulla fertilità. Chiamato anche Il Grande Verde, a lui era associato il culto Osiride vegetante, un rito funerario che simboleggiava la morte della vegetazione e la sua successiva rinascita nella stagione primaverile.

I colori dell’antico Egitto
  • Rosso. Aveva due accezioni, esprimeva vita e vittoria oppure indicava il male. Di derivazione animale erano il rosso kermes, ricavato dal Coccus Ilicis, un parassita della quercia, e la porpora di Tiro, proveniente dai molluschi della specie Murex o Purpuria. Con le radici essicate della Rubia tinctorum, si faceva il rosso di robbia, mentre il rosso maggiormente diffuso, l’ocra rossa, si otteneva dall’ocra raccolta durante lunghi viaggi nel deserto.
  • Blu. Simboleggiava il cielo, l’acqua e la vita. Il blu indaco, veniva estratto dalla Isatis Tinctoria, una pianta conosciuta come guado, fatta fermentare e ossidare. Il blu egiziano, invece, considerato il primo pigmento di sintesi, si otteneva da cuprorivaite, vetro e quarzo.
  • Giallo. I gialli migliori si producevano dalla lavorazione degli stimmi dello zafferano (Crocus Sativus) e dal rizoma polverizzato curcuma (Curcuma Longa). Altri gialli erano ottenuti dall’ocra gialla, di cui avevano grande disponibilità, e dall’oro, pigmento con cui venivano dipinti gli dei, simbolo di eternità.
La mordenzatura

I tessuti più utilizzati nell’antico Egitto erano il lino, che cresceva facilmente sulle sponde del Nilo, e il cotone. Più raramente i capi venivano realizzati, invece, con lana di pecora, che non trovava grandi apprezamenti, in quanto i tessuti di origine animale non erano considerati puri. Gli abiti di lana, infatti, non si usavano mai per la sepoltura e a chi li indossava non era permesso entrare nei templi.

Per tingere i tessuti la tecnica era quella della mordenzatura, che consisteva nel far bollire il tessuto assieme a un sale metallico che fungeva da mordente permettendo al pigmento di agganciarsi alla fibra. Il mordente più utilizzato nell’antico Egitto era l’allume di potassio, di cui il territorio era ricco. Per la mordenzatura del lino, invece, si utilizzavano spesso urina e succo di limone, oltre ad altri vegetali. Dopo lunga bollitura, la tecnica di tintura si concludeva aggiungendo il pigmento e mescolando a lungo per uniformare il colore.