Quando si parla di plastica, l’associazione con il petrolio è, ovviamente, immediata. Questo combustibile di origine naturale, considerato per diverso tempo il migliore amico dell’umanità, ora si sta rivelando la più grande sciagura di sempre.

Perché? Perché non abbiamo idea di come poter smaltire la plastica. Certo sì, stiamo riciclando, ma la percentuale mondiale di riciclo dei materiali plastici è bassissima e si aggira intorno al 15%. Il resto finisce nell’ambiente, soprattutto nei mari.

Come iniziò tutto?

Per trovare le origini della plastica, bisogna scorrere indietro le pagine della storia fino ad arrivare alla seconda metà del XIX secolo. Il primo a brevettare un materiale plastico fu l’inglese Alexander Parkes, che creò il nitrato di cellulosa. Nel 1869 John Hyatt inventò la celluloide, un materiale plastico ottenuto mescolando acido nitrico e canfora. I pozzi petroliferi esistevano già dal 1859 e così, nel 1907 il chimico belga, poi naturalizzato cittadino statunitense, Leo Baekeland, inventò la bakelite. La bakelite fu la prima plastica (dal greco plastikós, che significa malleabile, modellabile) totalmente sintetica, ottenuta miscelando formaldeide, fenolo e additivi. Il fenolo era un derivato del petrolio, materia prima di cui ormai gli Stati Uniti erano ricchi. Il primo pozzo petrolifero fu infatti scavato in Pennsylvania nel 1859 e da lì ne vennero aperti molteplici, dando inizio all’impero di John Davison Rockefeller.

XX secolo, il secolo della plastica

La trasformazione era iniziata. Gli oggetti in plastica si diffusero, è il caso di dire, a macchia d’olio, anche perché nel giro di pochi anni furono inventati il PVC e il cellophane. Telefoni, automobili, ogni industria sfruttò il nuovo materiale e, dagli anni ʼ30, il petrolio diventò ufficialmente la materia prima utilizzata per produrla. Il boom economico americano, portò alla diffusione della plastica in ogni settore e così si trasformò nel materiale più diffuso al mondo.

A che punto siamo con la ricerca?

La ricerca è incessante e sono tanti i risultati ottenuti. È di pochi mesi fa la notizia di un enzima scoperto nel compost prodotto dalle foglie, in grado di scomporre la plastica in poche ore. Abbiamo, inoltre, plastiche biodegradabili prodotte da varie materie presenti in natura. Fecola di patate, amido di mais, canapa, sono alcuni dei materiali con cui si dà forma alla cosiddetta bioplastica. Ma le plastiche naturali non sono una novità: ci fu un esperimento in tal senso già diversi anni fa. Infatti, nel 1941, Henry Ford realizzò un’automobile con una plastica da lui prodotta con soia e mais. Il problema, però, fu lo stesso di adesso: i costi elevati.

Conclusioni

È retorico, ma purtroppo finché gli esseri umani, quelli potenti, non daranno al pianeta e alla vita in generale l’importanza che meritano, non ci libereremo facilmente dalla schiavitù della plastica sintetica. Pensate che tutta la plastica creata dalla sua invenzione a oggi, è tuttora perfettamente esistente. Un dato sconvolgente.

La pressione sui grandi marchi è forte: bio, naturale, ecologico e sostenibile, sono le parole d’ordine che oggi stimolano la moda in ogni settore. Moda fortunatamente indotta da una domanda di mercato, senza dubbio più attenta alla salvaguardia dell’ambiente, che esorta alla riformulazione dell’offerta, per un prodotto maggiormente sostenibile. Il cambiamento perciò avverrà, ma accadrà nel momento in cui per le grandi aziende si delineerà una valida convenienza economica nel realizzarlo.