Siamo nel Paleolitico, là dove quasi sicuramente l’Arte iniziò il suo percorso. Ma perché l’Uomo si fece artista? Beh, il bisogno principale che spinge gli esseri umani a creare è uno solo: esprimere. E i nostri antenati, migliaia di anni fa, accolsero questo istinto, questo bisogno e lo resero Arte. Oggi l’Arte è ancora istinto, non potrebbe essere altrimenti, ma indagato, decifrato con la coscienza e la consapevolezza di chi vive molto tempo dopo. In antichità il bisogno di esprimersi, di comunicare, era legato alle esperienze vissute, esperienze che già allora non erano “solo” pratiche, ma anche emotive.

Quale legame unisce Arte e Natura?

L’Arte esprimeva e comunicava emozioni. Emozioni che raccontavano il rapporto dei popoli preistorici con ciò che li circondava, con la Natura come entità e il potere che essa manifestava. Narravano le gesta compiute durante la caccia ed esternavano le loro credenze più profonde rispetto al significato sublime, sacro, diremmo ora, che le assegnavano. La Natura, così, divenne oggetto di esperienza, espressione ed emozione, trasformandosi in soggetto d’Arte. Arte era disegnare animali all’interno delle grotte, Arte era scolpire madre Natura per venerarla e chiederle abbondanza di raccolto. E tutto aveva un profondo legame con ciò che veniva considerato di vitale importanza, ciò che concretamente permetteva la vita: il cibo.

Cibo e Arte, la tradizione di un antico legame

Torniamo nell’era moderna. Siamo nel secondo dopo guerra, epoca di contadini, di tradizione, epoca in cui ancora il rapporto Uomo-Natura era sentito e vissuto.

Alcamo. Sicilia. In lontananza, dai campi, arriva un canto, un canto di lavoro, di fatica, ma anche di vita… di amore, per la vita. E questi canti, queste storie, sono nati lì, dal contatto con la Natura, con la sacralità di un culto antico. Il rito della coltivazione, della produzione di cibo, ciò che è fondamentale e primario per la vita. A raccontare queste storie sono i poeti coltivatori. Gente che sente e vive il legame profondo con la terra e i suoi frutti e da essi si lascia ispirare. Descrive l’amore per quello che fa, per le usanze e la storia, ma al contempo per la fatica e la rabbia di una vita sacrificata.

Pì amuri o Pì raggia

A narrare la tradizione dei canti dei poeti coltivatori e dei cantastorie, è il corto cinematografico Pì amuri o Pì raggia. Una produzione di Claudia Aureli per la regia di Fabrizio Raggi. Un candido e delicato scorcio sulle tradizioni artistiche siciliane tramandate oralmente lungo i secoli.

Pì amuri o pì raggia arriva da un proverbio siciliano che recita: “l’uccellino in gabbia canta per amore o per rabbia”. Si tratta di una rabbia dura da affrontare, una rabbia verso qualcuno cui non la si può rigettare, inespressa. E allora l’unica soluzione per restituirla al mondo è cantare. Proprio così: scrivere poesie e cantarle.

Cantare il ritmo della Natura

Cantare le emozioni umane seguendo il ritmo degli animali al lavoro. Quel ritmo che consente di entrare in una sorta di trance, allontanando apparentemente la fatica, o almeno il pensiero di essa. Così si fanno spazio anche i momenti felici e i sentimenti d’amore per quel sacrificio, che tale rimane ma in virtù di qualcosa di puro, di vero e di indispensabile alla vita: il raccolto. Ritorna il tema della Natura, l’Arte che proviene dal profondo legame con essa. E in questo modo il cerchio del tempo si chiude.

Savatore Fundarò, cantastorie protagonista di Pì amuri o Pì raggia, ci lascia un messaggio importante su cui riflettere:

“Ci si dimentica volutamente della propria tradizione. È sbagliatissimo. Un popolo si cancella, in questa maniera.”