Il fico d’India, nome scientifico Opuntia ficus-indica, è un cactus originario del Messico – si trova infatti raffigurato sulla bandiera nazionale – che è stato in passato importato in Europa dagli spagnoli. In Italia lo troviamo nelle regioni più calde del sud. I suoi frutti sono bacche carnose con note colorate che attraversano mille sfumature, dal verde chiaro all’ambrato, al magenta. Si stagliano contro un cielo fitto e denso di azzurro, che sembra quasi solido. Impercettibilmente appoggiati, si ergono dritti sulle foglie, verde intenso, sfidando la forza di gravità pur di coronare le pale che li sorreggono come madri desiderose di farsi vanto di figli, talmente belli, da spingersi fino al cielo per dipingere un arcobaleno che sa di estate, di vita corposa, grassa di passione. Chi non si è mai aggirato per il mercato di Ballarò, a Palermo, sedendosi dove capita, su un gradino, ad assaporare i succosi e dolci fichi d’India, già sbucciati nella vaschetta con la forchettina, chiaro invito a consumare il rito così, per strada, immersi nella tradizione siciliana come fosse un quadro dipinto secoli fa, oggi, o tra mille anni, deve assolutamente metterlo nella lista delle esperienze da vivere.

I fichi d’India, non sono solo incredibilmente belli, ma anche decisamente utili, soprattutto in un contesto, come il nostro, di stravolgimenti climatici e ambientali. La Fao – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – lo ha eletto “cibo del futuro”, perché grazie alle sue peculiari proprietà, sia nutritive che di adattamento, potrà fornire sostentamento a milioni di persone nelle zone più aride del pianeta, oltre che al bestiame. Il fico d’India resiste alla siccità perché è in grado di incorporare grandi quantità d’acqua richiedendone pochissima per la sua sussistenza, assorbe abbondanti dosi di CO2, ha innumerevoli proprietà ed è adatto a molteplici utilizzi: sono commestibili anche le pale (foglie), che si tagliano a cubetti e si cuociono in padella o si friggono. Il loro succo viene bollito e bevuto oppure impiegato nella cosmesi come ingrediente per le creme, data la sua abbondanza di vitamina C che lo rende un potente antiossidante e alle sue proprietà astringenti per cui esercita un’azione di vasocostrittore.

L’ennesimo possibile utilizzo della pianta del fico d’India, è stato scoperto da due ragazzi messicani, i quali sono riusciti, dopo uno studio sulla buccia delle pale di fico d’India, durato ben due anni, a creare da questo materiale un tessuto di pelle vegetale e sostenibile. Si chiamano Adrián López e Marte Cazárez, i due giovani che hanno dato a questa pianta, la più diffusa, nonché simbolo del Messico, la possibilità di essere sfruttata a 360 gradi. Come i coltivatori filippini di ananas, altra pianta da cui si ricava un’ottima pelle vegetale, anche gli agricoltori messicani ricevono, in questo modo, un secondo reddito sulla vendita di un prodotto che diversamente sarebbe di scarto una volta privato del succo.

Oltre al fatto che stiamo assistendo a un grande processo di cambiamento a livello culturale, per cui l’ottica del sostenibile ed ecologico è in espansione, la pelle di pale di fico d’India, che costa 25 euro al metro, è indiscutibilmente più economica della pelle vera, inserendosi così sul mercato della moda come prodotto competitivo anche a livello di costo.

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