La vita. La luce. I colori. La mescolanza. L’indefinito. Monet.

La primavera, rotonda, soffice, armoniosa.

Nei quadri di Monet si avverte un sentimento di pace interiore, di serenità, bellezza di una vita e una natura in equilibrio con il tutto, di un’umanità, compresa, nel tutto.

Nei contorni indefiniti, ogni cosa appartiene all’altra. Il cielo, le foglie, i fiori, l’erba, gli alberi, le due figure umane, si compenetrano, come parte di un unico grande significato, principio. Forse per questo, guardando l’opera di Monet, e osservando il suo stile, si percepisce quel senso di appartenenza dolce, delicato, che dovrebbe istintivamente e costantemente risuonare in ogni nostro pensiero, sentimento, gesto.

Siamo parte del paesaggio, e il paesaggio è parte di noi.

È confortante saperlo. Sapere che ogni nuvola, ogni filo d’erba, ogni bocciolo, raccontano una storia, che è anche un po’ la nostra.

Mentre l’inverno ci lascia il tempo per pensare, per riflettere, per raccoglierci, la primavera ci omaggia del tempo per nutrire la vita, per amare e accogliere. Un ritmo, una musica che si propaga silenziosa, risvegliando, a ogni sua nota, anche le più microscopiche forme di vita, che ogni anno si trovano a riscoprire, con lo stesso ardore, la meravigliosa solennità della rinascita. Una rinascita, come atto volontario d’amore, che ripopola il mondo di consapevolezza, di sapiente bellezza, maestosità, eleganza, armonia. Il senso dell’impellente necessità e continuità dell’esistenza, l’esito di quell’intima, quanto solitaria, riflessione d’inverno, che avvolta in se stessa nella quiete della meditazione, prelude al prorompere dell’essere, alla creazione della luce.

La vita non smette di essere tale, sceglie a ogni rintocco di primavera di rifiorire, tingere, profumare di rinascita, noncurante dell’oscurità, anche quando essa avanza. Come Van Gogh, dipinse la luce per amare ogni attimo di quella vita che non poteva cogliere dentro se stesso, Monet pennellò di armonia e pace rassicurante le tele della sua esistenza.

Anche in noi è racchiuso quell’istinto, primitivo e sapiente, alla vita, al colore, alla luce. Un seme, che seppur lasciato senz’acqua, senza nutrimento, cresce, privo di pretese se non quella di essere, semplicemente, candidamente, per potersi dare, concedere in ogni sfumatura e tono, che sia esso luminoso, o tenue, lieve, vibrante o raccolto, intimo. Anche quando, in assenza di luce, il nero assoluto domina su ogni cosa, decretando un buio spettrale di paure, il seme, incessantemente cresce, nella consapevolezza di una rinascita intensa, intrisa di colore e di sostanza. Un germoglio vuole sorgere, un bocciolo sceglie di schiudersi, la natura, il motore che muove e sospinge la vita, mai cadrà in rinuncia, pur ingerendo buio e nonostante il nero più denso e fitto dei suoi giorni peggiori.

La vita è semplice, semplicemente esiste e si dà, si dona. A noi il compito di accoglierla, affinché dissipi ogni nube, punteggiando con sfumature di luce i contorni della nostra anima, rinnovandone i colori stinti, smorzati, mescolando e dissolvendone i bordi fino a renderli quasi nulli, inutili. Come a dire che il nostro seme è lo stesso di una rosa, di un raggio di sole, delle ali di un gabbiano. Tutto si appartiene, tutto è primavera, tutto è Monet.

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