Provate a dedicarvi un giorno, o anche solo qualche ora, a osservare ciò che avete intorno, a casa, nei negozi, in ufficio, al supermercato. Quanti oggetti di plastica riuscite a contare? Operazione davvero difficoltosa. La plastica è usata indistintamente in qualsiasi settore e, a meno di non soffermarsi volutamente a osservare la portata del fenomeno, non ci si fa nemmeno caso.

Ci siamo ormai abituate. Ci appare tutto perfettamente normale, ma non lo è affatto, perché la plastica, come ben sappiamo, non è un materiale biodegradabile. Gli esseri umani, purtroppo, non sono stati lungimiranti nei confronti di un fenomeno che ha portato a una situazione talmente grave da non poter prevedere soluzioni nel breve termine, e che è così diffuso e radicato da non permetterci, nemmeno con tutto l’impegno possibile, di avere uno stile di vita sostenibile al 100%.

Quello che possiamo fare, per ora, è provare a ridurre in modo considerevole l’utilizzo di questo pericoloso e dannoso materiale, il quale, una volta immesso nell’ambiente, ritorna a noi sotto forma di cibo. Già, proprio così: più plastica compriamo e più ne avremo nei nostri piatti.

È la famosa catena alimentare: la plastica arriva in mare, i pesci la ingeriscono e di conseguenza noi. Purtroppo a rappresentare un fattore di maggior rischio sono crostacei e molluschi, questo perché, a differenza dei pesci, vengono consumati interi, non privati, quindi, dell’apparato digerente.

Pensate che dagli anni ’50 alla prima decade degli anni 2000, la richiesta mondiale di plastica è passata da 1 milione e mezzo di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate. I rifiuti plastici provenienti da terra costituiscono circa l’80% di tutti i detriti plastici che si trovano nell’ambiente marino.

Si tratta di macroplastiche, pezzi di plastica di grandi dimensioni, e microplastiche, che sono frammenti microscopici che arrivano in mare per immissione diretta – attraverso i cosmetici e i lavaggi in lavatrice di tessuti sintetici – oppure staccandosi per erosione o degradazione, da rifiuti plastici di maggiori dimensioni.

Gli impianti di trattamento delle acque sono in grado di intrappolare macroplastiche e frammenti vari, tuttavia una larga porzione di microplastiche riesce a superare questo sistema di filtraggio, giungendo in mare.

Un altro preoccupante problema, conseguenza del fatto che le microplastiche siano un fenomeno di recente scoperta, è rappresentato dalla carenza di dati che ne provino gli effetti a lungo termine sulla salute umana.

Cosa possiamo fare? I modi per utilizzare meno plastica esistono e sono ormai, per fortuna, sempre di più. Sul web possiamo accedere a numerose informazioni che ci illustrano nuove ed ecologiche soluzioni: prodotti sfusi, spazzolini di bambù, abiti ecosostenibili, cosmetici naturali.

Purtroppo si sa, avendo mille cose a cui pensare ogni giorno, non è facile aggiungere anche abitudini nuove. Cambiare non è un processo semplice, implica concentrazione continua rispetto a ciò che stiamo facendo – alcuni gesti sono automatici da anni – e magari anche una rinuncia a qualche comodità, come può essere l’acqua nelle bottiglie di plastica. Ma è necessario che ognuno di noi si muova il più possibile verso uno stile di vita sostenibile, per la nostra salute e per quella del pianeta, anche iniziando solamente da una piccola cosa, come può essere la scelta di bere acqua in bottiglie di vetro. Pensate che sono 11 miliardi all’anno le bottiglie di plastica comprate in Italia, e solo il 10/15% viene riciclato, il resto viene bruciato nei termovalorizzatori o disperso nell’ambiente, soprattutto in mare.
Sono le nostre scelte individuali, quindi, a fare la differenza, anche perché se noi creiamo un tipo di domanda diverso, l’offerta, di conseguenza, migliorerà.

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