Come sono nati i jeans? Esistono due teorie, la prima secondo cui il tessuto sarebbe di provenienza ligure, per l’esattezza della città di Genova dove nel XV secolo si utilizzava un tipo di fustagno blu per coprire le merci nel porto. Le parole blue jeans deriverebbero dal francese bleu de Gênes, ovvero blu di Genova. L’altra ipotesi, prende in considerazione la città di Nimes, in Francia, dov’era prodotto un tessuto color indaco poi utilizzato per cucire i pantaloni da lavoro ai genovesi: de Nimes, da cui Denim.

Quel che è certo è che i jeans vennero utilizzati fino al XIX secolo compreso come abiti da lavoro: l’abbigliamento di operai, minatori, cercatori d’oro era prodotto con questo materiale resistente e comodo.

I jeans sono i grandi protagonisti del XX secolo: nel 1935 fu lanciato il primo modello di jeans da donna e nel 1937 i pantaloni in Denim apparvero per la prima volta sulla copertina di Vogue. Negli anni ‘50 spopolarono tra cinema e rock ‘n’ roll, mentre nei ’60 divennero l’indumento simbolo delle rivolte studentesche. Dagli anni ’90, il bisogno di novità, vista ormai la grandissima diffusione dei jeans, condusse verso una particolare versione del tessuto, quella vintage: attraverso lo stone wash – un trattamento industriale che consiste nel lavare il tessuto riempiendo il cestello della lavatrice con pietra pomice – e altri trattamenti con sostanze chimiche, venne conferito al jeans un effetto usurato e stinto che diventò, e lo è tuttora, molto di moda.

Il problema della produzione di jeans è l’enorme impatto ambientale dei processi di lavorazione: la filiera inizia dalla coltivazione del cotone, durante la quale si utilizza una quantità smisurata d’acqua e dove, in paesi come la Cina e gli Stati Uniti d’America, vengono impiegati pesticidi altamente tossici, ormai vietati da anni in Europa. Una volta tessuto, il cotone viene inviato alle industrie che producono il jeans e sottoposto a tintura: è prevista la preparazione del colore con pigmenti e polveri e, successivamente, tintura in lavatrice ad alte temperature per il fissaggio. A seconda poi delle esigenze dell’azienda, i jeans vengono trattati con stone wash oppure con l’impiego di soluzioni acquose contenenti sali che liberano cloro o permanganato di potassio, sostanza che provoca la corrosione delle apparecchiature industriali ed è altamente dannosa per i lavoratori che la manipolano.

L’ultimo passaggio prevede che i capi vengano lavati con l’aggiunta di ammorbidenti a acido acetico che, oltre a essere infiammabile, è corrosivo per gli occhi, la cute e il tratto respiratorio.

Molte industrie smaltiscono tutte le sostante tossiche utilizzate nelle varie fasi, immettendo le acque inquinate in fiumi e mari, causando un gravissimo danno all’ecosistema marino e agli esseri umani.

Recentemente il settore della moda, che è in continua evoluzione, è riuscito a ottenere jeans a basso impatto ambientale. Questo grazie anzitutto alla decisione di alcune aziende di acquistare solo materie prime prodotte in Europa senza l’utilizzo di pesticidi e all’impiego di tinte vegetali o schiume particolari che non hanno bisogno di acqua. Anche le lavorazioni successive, come lo stone wash, vengono sempre più spesso sostituite da un metodo innovativo ed ecologico che prevede un lavaggio con l’ozono che, per le sue proprietà ossidanti, scolorisce il tessuto. Per il fissaggio del colore, invece, si utilizzano il chitosano, che è un fissatore naturale ottenuto dagli scarti dei crostacei, e la smerigliatura, attraverso la quale il tessuto viene strofinato contro rulli rivestiti di carta abrasiva per ottenere l’effetto vellutato detto a buccia di pesca.

Tra le aziende produttrici di jeans ecosostenibili, c’è anche il grande marchio Levi’s, pronto a lanciare, per l’estate 2020, la nuova collezione Wellthread, con jeans realizzati in canapa cotonizzata, una fibra innovativa ottenuta da un trattamento speciale della canapa che la rende molto simile al cotone e lavorabile con le stesse macchine.