XIX secolo: nel 1838, Louis Daguerre, con una fotocamera e un tempo di esposizione di 7 minuti, riuscì per la prima volta a imprimere su una lastra, la figura di un essere umano. Si trattava di un dagherrotipo, invenzione del chimico e fisico Daguerre, che il 7 gennaio 1939 venne presentata all’Accademia di Francia dallo studioso e uomo politico François Arago, sancendo così, la nascita ufficiale della fotografia.

Nell’immagine sarebbero dovute comparire numerose figure umane presenti in quel momento nel viale di Parigi in cui avvenne lo scatto, ma, il tempo di esposizione necessariamente molto lungo della fotocamera, permise unicamente alle persone ferme in posa di apparire nella foto, in cui si vedono, infatti, solamente un lustrascarpe e il suo cliente.

XX secolo: nel 1911, i fratelli Bragaglia pubblicarono il Fotodinamismo Futurista. Il Futurismo guardava al progresso e alla velocità del movimento, per questo la fotografia, congelando il soggetto nello spazio-tempo, senza nulla lasciare alla creatività, non fu considerata arte. I fratelli Bragaglia, diedero una svolta alle teorie futuriste con una serie di esperimenti fotografici con i quali tracciarono la traiettoria del movimento nello spazio, definendolo atto puramente creativo e artistico, unica realtà possibile per il mezzo fotografico.

XXI secolo: Roberto Rosso, docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano, grazie alla tecnologia digitale, riesce a registrare e fotografare la memoria che un oggetto lascia del suo movimento. Rosso congela gli attimi in cui la materia, in movimento tra spazio e tempo, assume forme diverse non percepibili a occhio nudo. Una realtà altra, ma pur sempre vera, un oggetto nuovo esistente solo in un dato istante.

Ognuno dei fotografi citati era, o è, alla ricerca della verità espressa dal mezzo fotografico, una realtà però, che rimane in ogni caso, un punto di vista sul mondo, uno dei tanti. Fotografia significa “disegnare con la luce” e un punto di vista è, in fin dei conti, un disegno della realtà, da cui qualcosa viene escluso in nome di una personale rappresentazione della verità. L’inquadratura è una scelta. Sono sufficienti un’ombra o un’angolatura per far apparire un oggetto differente da ciò che vediamo a occhio nudo. Ma come l’obiettivo, anche il nostro sguardo altro non è che un ulteriore punto di vista sul mondo: l’occhio vede una porzione di realtà e da una ben precisa angolatura. Il nostro sguardo è, inoltre,  filtrato da un vissuto, da una storia, da un’idea. Quante volte capita di cercare un oggetto, averlo proprio sotto il naso, ma non trovarlo? I nostri occhi lo vedono, la nostra mente no. Lo stesso accade guardando una foto: alcuni particolari ci sfuggono, non li notiamo, la nostra mente non li registra.

Ma allora che cos’è la realtà? E come possiamo conoscere davvero la sua forma se la nostra mente ci confonde?

È inutile, la realtà non è una sola, ognuno di noi si costruisce, vive e vede una personale porzione di ciò che ha intorno, filtrandola sulla base di chi è e cosa pensa.

La capacità di mantenere il senso critico rispetto alla nostra e altrui verità, la conoscenza non superficiale del mondo, ci aiutano a riflettere approfonditamente sulla realtà che ci circonda, estendendo la nostra osservazione a più punti di vista e definendo, con maggior chiarezza, noi stessi e ogni cosa, in modo che ciò che vediamo assomigli sempre di più a chi siamo. Senza dimenticare che si tratterà, inevitabilmente, anche se più solido, completo e sostenibile, di un semplice punto di vista tra altre infinite realtà esistenti.

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